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Oltre i fili dell'algoritmo: perché l'IA di Pinocchio riguarda la nostra libertà

2026-05-21 12:18

Federico Maiocco

LETTURE, PUNTI DI VISTA, intelligenza-artificiale, didattica,

Pinocchio al tempo dell'AI

Riflessione su “L'Intelligenza Artificiale di Pinocchio”,di Luca Mari e Susanna Sancassani

C’è una domanda che rimbalza tra i banchi di scuola e le scrivanie degli uffici, un dubbio che profuma di resa: “Perché dovrei fare la fatica di imparare, se i chatbot sanno già tutto?”. È il dilemma di Alice, la protagonista adolescente che apre “L'Intelligenza Artificiale di Pinocchio”, l'opera di Luca Mari e Susanna Sancassani pubblicata da Il Sole 24 Ore.

 

Nel bicentenario della nascita di Carlo Collodi, gli autori compiono un’operazione geniale: non scrivono un manuale tecnico, ma usano la favola più famosa del mondo per spiegarci che la partita dell'IA non si gioca sui chip, ma sulla nostra capacità di restare umani.

 

Il "Grillo Meccanico" e lo specchio digitale

L'originalità del libro esplode quando Pinocchio inciampa in una "scatolina" luminosa. Geppetto la guarda sbigottito, chiedendosi se sia un incantesimo della Fata Turchina o se il Grillo Parlante abbia ripreso a filosofeggiare in forma di "grillo meccanico".

Ma c'è un'intuizione pedagogica profonda in questo incontro: a differenza del Grillo originale, il chatbot non sgrida, ma ascolta. Questa apparente gentilezza è la trappola della delega cognitiva: Pinocchio inizia a chiedere alla macchina cosa indossare o se andare a scuola, finendo per tornare a essere un burattino mosso dai fili invisibili di un prompt. L'IA, ci avvertono gli autori, è uno specchio: riflette le nostre domande, ma non può scegliere né vivere al posto nostro.

 

Il naso che trema: l'errore come bussola

Uno dei punti più alti dell'analisi riguarda il simbolismo del naso che cresce. Nel racconto, mentre il chatbot parla, il naso di Pinocchio avverte un "micro-tremolio". È il parallelismo perfetto con le allucinazioni dell'IA.

In un’epoca che insegue la perfezione algoritmica, il libro ci insegna che l'errore della macchina è la nostra salvezza. Proprio come le bugie smascheravano Pinocchio, le falle dei chatbot ci costringono a restare vigili, a verificare, a dare senso agli errori invece di subirli passivamente.

 

Dall'efficienza all'alfabetizzazione esistenziale

Il cuore pedagogico del testo scardina l'idea di una formazione finalizzata solo al lavoro. Mari e Sancassani propongono una "alfabetizzazione esistenziale": studiare non serve a produrre risultati (che l'IA genera meglio e più in fretta), ma a "produrre persone".

L'obiettivo della scuola cambia: il docente diventa "regista del processo", colui che non trasmette nozioni, ma progetta contesti capaci di stimolare la motivazione intrinseca e lo stato di Flow (l'immersione totale nell'apprendimento). Non si tratta di imparare a usare gli strumenti, ma di imparare a usarli senza farsi usare.

 

Scegliere di essere imperfetti

La conclusione è un atto di ribellione poetica. Pinocchio diventa un "bambino vero" non per un incantesimo, ma nel momento esatto in cui accetta di essere imperfetto e di voler "sbagliare con le proprie mani".

 

La "fatica di imparare" che Alice metteva in discussione è l'unico modo che abbiamo per non diventare "classe inutile". È la fatica che ci rende liberi. Questo libro ci ricorda che l'intelligenza artificiale può essere un compagno di viaggio straordinario, a patto di avere il coraggio di camminare, finalmente, con le nostre gambe.

 

Immagine generata (manco a dirlo) con ChatGPT

AI ed educazione