Ultimamente mi sono trovato spesso a pensare a una parola che usiamo continuamente: inclusione.
La troviamo nei convegni, nei progetti educativi, nei documenti istituzionali. A volte rischia quasi di perdere consistenza, di diventare una formula buona per ogni occasione.
Poi capitano esperienze che riportano quella parola a terra.
Le danno volti, tempi, voci, errori, mani sporche di colore, registrazioni rifatte dieci volte, bambini che fanno domande impreviste, ragazzi che scoprono di poter lasciare un segno dentro una storia comune.
Lo scrigno dei sensi, per me, è stato questo.
Non solo un progetto editoriale o laboratoriale, ma un percorso capace di mostrare in modo estremamente concreto come arte, educazione e inclusione possano smettere di essere ambiti separati e diventare un unico spazio condiviso.
Ho seguito questo viaggio curandone gli aspetti editoriali e multimediali. E più il progetto prendeva forma, più mi sembrava evidente una cosa: l’inclusione non nasce quando “aggiungiamo” qualcuno a un sistema già esistente. Nasce quando la storia viene costruita fin dall’inizio perché possa essere abitata da persone diverse, con sensibilità, linguaggi e modi di stare al mondo differenti.
Ed è forse questo il motivo per cui continuo a pensare a Lo scrigno dei sensi come a una favola reale.
Non perché sia perfetta o idealizzata.
Ma perché riesce a fare qualcosa che oggi non è così scontato: trasformare l’immaginazione in pratica quotidiana.
Non in un luogo simbolico o astratto, ma tra le aule della scuola dell’infanzia “Lucia Viano” di Cuneo, dentro il progetto Book Box, nell'impegno del CSAC di Cuneo, nelle attività del Polo Autismo, nelle illustrazioni di Jasmine, nella voce di Lorenzo, nei muri dipinti insieme, nelle sale del Rondò dei Talenti e, ovviamente, nei libri che continuano a passare di mano in mano sul territorio.
È una storia fatta di arte, sì.
Ma soprattutto di relazioni.
E forse è proprio qui che l’arte smette di essere “decorazione” o semplice supporto educativo e torna ad avere una funzione profondamente sociale: creare spazi in cui ciascuno possa sentirsi previsto dentro il racconto, e non ospite temporaneo di una storia scritta da altri.
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